Link building: come sgamare i link comprati

Questo articolo nasce da un recente evento sul web marketing  a cui ho partecipato (raramente vado a questi eventi, e quello che vi racconto è uno dei motivi per cui non lo faccio quasi mai) e che ha toccato, peraltro solo per pochi minuti, l’aspetto legato alla SEO. Si parlava di tecniche di promozione online, ed il discorso impostato è andato a prendere la parola magica “link building” che ha rischiato di scatenare una discussione infinita.

Si è fatto riferimento, infatti, alle pratiche di link building, descritte in modo un po’ superficiale (non è questo il punto, comunque), e “demonizzate” dalla docente del corso per via delle possibili penalizzazioni a cui può portare. Verissimo, per carità, ma da qui è nata una discussione – sostanzialmente sterile – sull’opportunità della stessa, e sulla contrapposizione tra “malvagia” building e “benevola” link earning. Si dice spesso, in questi casi, che un conto è forzare (building) un link, ed un altro è invece produrre buoni contenuti e guadagnare (earning) link spontanei.

Sulla carta, insomma, guadagnarsi un link non dovrebbe affatto essere come comprarselo, giusto?

Se questa domanda è un po’ come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina, conduce ad una riflessione più ampia che credo meriti di essere condivisa.

Racconto un piccolo “esperimento” che ho fatto qualche tempo fa, ovviamente con le intenzioni di capire meglio di cosa parliamo quando (s)parliamo di certe cose, e vorrei riflettere proprio su questo. Ho avuto contatti con la copy/giornalista di una celebre testata di news online, peralto molto nota anche da noi, che scrive regolarmente per la stessa e che, in modo molto poco etico (per usare un eufemismo), mi ha chiesto 1500 dollari per un articolo che linkasse un sito web a mia scelta.

Può anche darsi che il prezzo fosse spropositato perchè mi stava prendendo in giro, o magari sottovalutava le mie conoscenze professionali (spendere una cifra del genere per un articolo-marketta mi pare follia pura, per inciso), ma si tratta comunque di un chiaro esempio di link comprato: un link non naturale, insomma, che farebbe (sono piuttosto sicuro di questo) gola a parecchi di noi e che Google spazzerebbe via senza pietà.

Il punto è che sfido Google a riconoscerlo quale link comprato.

Si dice spesso che un buon criterio per distinguere link earning (guadagnarsi link pubblicando contenuti validi, unici e di qualità) da link building sia quello di valutare il contesto in cui il link compare: se un sito di pezzi di ricambio per la macchina o filosofia orientale linka il mio blog è sospetto, se invece lo fa il TagliaBlog (tanto per dire) è decisamente più normale. Nel caso in questione, sarebbe apparso un articolo sul mio blog di notizie a mo’ di notizia, e per quanto uno possa sollevare il sopracciglio in questi casi, il confine tra article marketing e news vera (sapete come si fa: orgoglio italiano, leader nel settore, startup, la piccola italiana che sfida Google ed amenità varie) è davvero sottile. Un backlink markettaro molto ben mascherato, insomma.

Sarebbe uscito su una testata giornalistica registrata in tribunale un articolo incentrato sul mio sito web, di natura prettamente commerciale, che avrebbe quasi certamente scatenato critiche da parte dei lettori ma, alla fine, avrebbe giovato comunque alla “visibilità”, anche solo per la quantità di traffico che avrei ricevuto dai click dei lettori sul link “incriminato”.

La discussione di cui sopra, quindi, era inutile proprio per questo motivo: a certi livelli, e quasi sempre pagando cifre grosse, non c’è modo di rilevare irregolarità di compra-vendita di link. Google è sempre più abile a rilevare casi del genere, naturalmente, ma non avrà mai modo, secondo me, di capire se certi link siano stati comprato: dovrebbe analizzare le società offline, spiarne le telefonate o le email, analizzarle dal punto di vista finanziario mentre certe operazioni – transazioni bancarie sospette, tanto per intenderci – non avrà mai (speriamo!) l’autorità per effettuarle.

La mia riflessione finisce qui, e sottolinea la mia critica ai SEO che passano troppo tempo a sfornare improbabili definizioni più che a darsi da fare nel proprio lavoro.

Resto abbastanza sicuro, purtroppo che più della metà dei miei clienti avrebbe fatto un pensierino alla proposta della copy di cui sopra, vedendola come l’opportunità del secolo (e ripeto, per me non lo è) e dandomi del pazzo perchè non l’ho fatto anch’io. Eppure 1500 dollari per una consulenza sono spesso considerati “tanta roba”…

...non andare via!

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