1. Pensare che ciò che apparentemente ha funzionato per un competitor funzioni anche per te. In molte consulenze il cliente ha la presunzione di sapere cosa serva al proprio sito, e si aspetta che il SEO esegua gli ordini senza discutere; idea che, a parte richiamare tristi evocazioni tipo dittature totalitarie, è sballata sotto ogni altro punto di vista perchè il principio di “imitazione” è forse il più usato dai SEO, ma è anche il più pericoloso. Se tutti i siti tendono ad assumere le stesse caratteristiche, infatti, come profilo di link o altro, è naturale che non potranno essere tutte avvantaggiate indiscriminatamente. Per fare SEO per bene devi fare la differenza, non imitare gli altri.
  2. Pensare al PageRank ed alla keyword density. Il PageRank non si riesce a misurare dall’esterno perchè gli aggiornamenti di questo indice sono pubblici solo una tantum, quindi anche se fosse un fattore di rilievo sarebbe impossibile da misurare. Scrivere buoni testi è compito di un buon copywriter: se bastasse ripetere le parole chiave semplicemente sentendoci più furbi degli altri, staremmo tutti in prima pagina e la SEO non esisterebbe affatto.
  3. Pensare che ci siano estensioni di dominio “migliori” di altre: anni fa era diffusa una mitologia esasperata sui backlink da domini .edu (che secondo tanti “valevano di più“, cosa anche vera magari, ma nella misura in cui al tuo sito servano link da siti autoritativi come scuole o istituzioni: se hai un e-commerce è improbabile e poco logico che tu ne ottenga uno), oggi nei forum ci si chiede se siano meglio i domini .in o quelli co.in, domani ci chiederemo l’impatto dei domini .guru rispetto a quelli .com e così via. Si tratta di stupidaggini di natura (molto spesso) puramente commerciale, che la maggioranza dei servizi che vendono domini sono interessatissimi a diffondere a macchia d’olio, fregandosene del fatto che siano vere o false. Nel dubbio: sì, sono false.
  4. Farsi incantare dai guru – Sul web ho trovato decine di ebook di argomento SEO, in italiano e in inglese: non dubito che siano scritti quasi tutti piuttosto bene, e sono felice che gli autori ricevano un compenso per aver fatto il proprio lavoro (scrivo anch’io ebook, quindi ne so qualcosa). Ma leggere recensioni entuasistiche di gente in estasi che crede di aver capito tutto, per poi scoprire che si tratta solo di carta, che non riescono neanche ad indicizzare il proprio sito o che il metodo per guadagnare in automatico con internet non esiste, e deprimersi nel sapere che il lavoro vero è l’unico che paga, e che soprattutto non basta leggere ma bisogna anche, e soprattutto, applicarsi… Leggere un libro sull’argomento va benissimo, ovviamente, ma sentirsi già appagati nell’averlo fatto equivale a studiare geografia per l’interrogazione, prendere 8 e poi rispondere “boh” quando ti chiederanno qual’è la capitale d’Italia.
  5. Voler fare SEO senza avere un modello di business da inseguire, o quantomeno un piano editoriale. Trovo ancora tanta confusione su tanti progetti web che mi propongono: chiaritevi le idee da soli, prima di chiedere alla SEO di fare improbabili miracoli.
  6. Contare i backlink. In molti casi mi chiedono “backlink al chilo” e sempre, gentilmente, da qualche tempo mi rifiuto di farlo. Se è vero che un chilo di piume pesa esattamente quando un chilo d’acciaio, la brutale conta dei link in ingresso – spesso usata addirittura per stabilire la fine della consulenza – è un criterio non adatto anche solo per un semplice motivo: non tiene conto del ROI. Se non capite il senso di questa affermazione, probabilmente dovrete rivedere qualcosa nella vostra strategia.
  7. Last but not least: insinuare che i competitor che non riusciamo a raggiungere paghino Google per stare dove stanno. Il top della frustrazione per chi non è abbastanza tenace (e spesso competente) per lavorare in quel settore; niente panico, è anche un buon modo per non accanirsi troppo su questo aspetto, perchè – e lo dico da anni – la SEO non è per tutti, in nessun senso.
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Fortunatissimo per verità
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