Link building: come sgamare i link comprati

Questo articolo nasce da un recente evento sul web marketing  a cui ho partecipato (raramente vado a questi eventi, e quello che vi racconto è uno dei motivi per cui non lo faccio quasi mai) e che ha toccato, peraltro solo per pochi minuti, l’aspetto legato alla SEO. Si parlava di tecniche di promozione online, ed il discorso impostato è andato a prendere la parola magica “link building” che ha rischiato di scatenare una discussione infinita.

Si è fatto riferimento, infatti, alle pratiche di link building, descritte in modo un po’ superficiale (non è questo il punto, comunque), e “demonizzate” dalla docente del corso per via delle possibili penalizzazioni a cui può portare. Verissimo, per carità, ma da qui è nata una discussione – sostanzialmente sterile – sull’opportunità della stessa, e sulla contrapposizione tra “malvagia” building e “benevola” link earning. Si dice spesso, in questi casi, che un conto è forzare (building) un link, ed un altro è invece produrre buoni contenuti e guadagnare (earning) link spontanei.

Sulla carta, insomma, guadagnarsi un link non dovrebbe affatto essere come comprarselo, giusto?

Se questa domanda è un po’ come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina, conduce ad una riflessione più ampia che credo meriti di essere condivisa.

Racconto un piccolo “esperimento” che ho fatto qualche tempo fa, ovviamente con le intenzioni di capire meglio di cosa parliamo quando (s)parliamo di certe cose, e vorrei riflettere proprio su questo. Ho avuto contatti con la copy/giornalista di una celebre testata di news online, peralto molto nota anche da noi, che scrive regolarmente per la stessa e che, in modo molto poco etico (per usare un eufemismo), mi ha chiesto 1500 dollari per un articolo che linkasse un sito web a mia scelta.

Può anche darsi che il prezzo fosse spropositato perchè mi stava prendendo in giro, o magari sottovalutava le mie conoscenze professionali (spendere una cifra del genere per un articolo-marketta mi pare follia pura, per inciso), ma si tratta comunque di un chiaro esempio di link comprato: un link non naturale, insomma, che farebbe (sono piuttosto sicuro di questo) gola a parecchi di noi e che Google spazzerebbe via senza pietà.

Il punto è che sfido Google a riconoscerlo quale link comprato.

Si dice spesso che un buon criterio per distinguere link earning (guadagnarsi link pubblicando contenuti validi, unici e di qualità) da link building sia quello di valutare il contesto in cui il link compare: se un sito di pezzi di ricambio per la macchina o filosofia orientale linka il mio blog è sospetto, se invece lo fa il TagliaBlog (tanto per dire) è decisamente più normale. Nel caso in questione, sarebbe apparso un articolo sul mio blog di notizie a mo’ di notizia, e per quanto uno possa sollevare il sopracciglio in questi casi, il confine tra article marketing e news vera (sapete come si fa: orgoglio italiano, leader nel settore, startup, la piccola italiana che sfida Google ed amenità varie) è davvero sottile. Un backlink markettaro molto ben mascherato, insomma.

Sarebbe uscito su una testata giornalistica registrata in tribunale un articolo incentrato sul mio sito web, di natura prettamente commerciale, che avrebbe quasi certamente scatenato critiche da parte dei lettori ma, alla fine, avrebbe giovato comunque alla “visibilità”, anche solo per la quantità di traffico che avrei ricevuto dai click dei lettori sul link “incriminato”.

La discussione di cui sopra, quindi, era inutile proprio per questo motivo: a certi livelli, e quasi sempre pagando cifre grosse, non c’è modo di rilevare irregolarità di compra-vendita di link. Google è sempre più abile a rilevare casi del genere, naturalmente, ma non avrà mai modo, secondo me, di capire se certi link siano stati comprato: dovrebbe analizzare le società offline, spiarne le telefonate o le email, analizzarle dal punto di vista finanziario mentre certe operazioni – transazioni bancarie sospette, tanto per intenderci – non avrà mai (speriamo!) l’autorità per effettuarle.

La mia riflessione finisce qui, e sottolinea la mia critica ai SEO che passano troppo tempo a sfornare improbabili definizioni più che a darsi da fare nel proprio lavoro.

Resto abbastanza sicuro, purtroppo che più della metà dei miei clienti avrebbe fatto un pensierino alla proposta della copy di cui sopra, vedendola come l’opportunità del secolo (e ripeto, per me non lo è) e dandomi del pazzo perchè non l’ho fatto anch’io. Eppure 1500 dollari per una consulenza sono spesso considerati “tanta roba”…

Condizioni d’uso per le consulenze SEO

Con questo nuovo articolo vorrei brevemente segnalare un modello di condizioni d’uso, rilasciate da me con licenza Creative Commons, utilizzabili per qualsiasi consulenza (o quasi) andiate a fare in ambito SEO. Avete presente il detto “patti chiari amicizia lunga“?

Si tratta di un modello di “condizioni d’uso”, se vogliamo, adatte per piccole consulenze (tra poche persone coinvolte, tipicamente) che potrete scaricare da qui:

https://www.dropbox.com/s/epkcrfoqznbuden/condizioni%20seo%202016.pdf?dl=0

oppure in formato Open Office (editabile anche con Word ed altri editor) qui, con l’unica cortesia / obbligo di lasciare il riferimento al mio nome e non alterare, se possibile, le note a piè di pagina.

Beninteso che – a scanso di equivoci – desidero essere citato solo come autore del documento, non come “garante legale” nè nulla del genere (sono un ingegnere informatico, non un avvocato), dato che non avrei neanche titolo per farlo. Un accordo formale tra “gentiluomini” diretto ed efficace, insomma, che ho pensato di utilizzare per le mie future consulenze e che, in certi casi, riflette esperienze dirette (positive e negative) avute di recente.

Il documento cerca di stabilire un “protocollo” che metta d’accordo cliente e consulente SEO, non tanto in termini economici (l’affidabilità finanziaria in certi casi, purtroppo, non si può garantire neanche con i contratti più elaborati), quanto in termini di “fare capire al cliente cosa sta facendo il consulente SEO per il tuo sito“. Ne sento, e ne ho sentite, davvero tante, e mi pare che il livello di fraintendimento sia al top: motivo per cui ritengo molto utile chiarire queste cose in un documento che, per intenderci, potrete inviare (e chiedere di firmare mutuamente, in caso) prima dell’inizio di un’attività SEO su un sito web. Molte cose/scenari/aspetti sono inevitabilmente soggettive/i, del resto, ma potrete cambiarle/i tranquillamente per adattarle/i al vostro caso.

Si tratta di condizioni secondo me ragionevoli, atte ad evitare spiacevoli equivoci con il cliente e a chiarire, tra l’altro, cosa fa davvero la SEO, a cosa possa essere utile e cosa, invece, sia fuori dalla sua competenza.

Mi auguro di fare cosa gradita a tutti, e vi invito a condividere al massimo questo post se lo ritenete valido.

Come forzare l’indicizzazione di un URL su Google

L’indicizzazione dei contenuti del nostro sito segue, di norma, un processo naturale: entro qualche ora, o al limite un giorno o due, ogni nuova pagina che pubblichiamo e che rispetti determinati requisiti (sia scansionabile, sia presente nel feed RSS e/o nella sitemap XML del sito) sarà automaticamente acquisita dai motori di ricerca. Ci sono casi, tuttavia, in cui questo non accade: nella mia esperienza può capitare un ritardo di diversi giorni, per una sorta di effetto sandbox o, detta diversamente, un “rallentamento” dell’indicizzazione di alcune pagine. Questo, secondo alcuni, avviene soprattutto per le chiavi di ricerca più concorrenziali, proprio al fine di evitare o limitare il fenomeno dello spamdexing (spam dei motori di ricerca).

Nel caso in esame, tuttavia, le cose sono leggermente più semplici, e così cercheremo di mantenerle nel seguito: se (caso tipico) gli ultimi articoli del vostro blog non venissero indicizzati, potete tentare una indicizzazione “mirata” mediante Search Console.

Per verificare se una pagina o un sito è indicizzato, cerca su Google site:nometuosito.com oppure cerca direttamente l’URL che non ti sembra indicizzato correttamente nella casella di ricerca. In alternativa, leggi la guida contro le penalizzazioni per saperne di più.

Apriamo la Search console (https://www.google.com/webmasters/tools), andiamo a scegliere l’indirizzo del sito in oggetto ed apriamo quindi la finestra Scansione, selezionando Visualizza come Google.

Schermata 2016-04-29 alle 10.09.14Nella finestra che vedremo, dovremmo trovare un box di testo: in esso andremo ad inserire parte dell’URL che non viene indicizzato, e cliccheremo su Recupera. Confermando la nostra scelta, apparirà una nuova riga in basso.

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Clicchiamo quindi sul bottone Invia all’indice.

Per confermare l’invio dell’URL, selezioniamo una delle due opzioni a seconda di quello che ci serve (solo la pagina in esame o anche quelle collegate da essa mediante link diretto), spuntiamo il Recaptcha e confermiamo col bottone Vai.

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Fate attenzione, inoltre, ad una cosa fondamentale: il numero di invii con questa tecnica è limitato, per cui non si tratta di uno strumento di cui abusare. Per indicizzare (o tentare di farlo) il numero massimo di pagine possibili, eseguitelo sulla home (non scrivete nulla nel box testo) e spuntate l’opzione “Esegui la scansione di questo URL e dei relativi link diretti“. Se 1) il sito è ben strutturato come link interni e navigazionali, e 2) se non ci sono direttive noindex inserite in modo scorretto, dovreste riuscire a forzare la reindicizzazione globale del sito – che comunque rimane un “caso limite”, neanche troppo comune nella mia esperienza. Il più delle volte è meglio reindicizzare singole pagine importanti, ma questo soltanto se avete fatto modifiche di rilievo alla pagina o se la stessa sembra “invisibile” a Google.

La cosa davvero interessante che ho osservato, in questi casi, è che l’acquisizione nell’indice è in molti casi instantanea: questo permette di caricare la vostra pagina, ammesso che ci siano le condizioni per farlo, in modo diretto all’interno di Google e renderla immediatamente ricercabile.

Il PageRank è morto per la 300 milionesima volta

La barretta pubblica del PageRank, lo storico indice di Google nonchè il più frainteso e sopravvalutato indice SEO al mondo, sembra che sia stato ufficialmente spento: riporta la notizia Pagetrafficbuzz che cita Google:

PageRank is something that we haven’t updated for over a year now, and we’re probably not going to be updating it again gong forward, at least the Toolbar version.

Questa notizia non significa assolutamente niente in termini SEO, perchè comunque non da’ un’indicazione sul come e sul cosa (potrebbe essere irrilevante o meno per il ranking, ma il fatto che la barretta sia dismessa vuol dire semplicemente che Google non ha interessa a mostrarcene il valore, non che non voglia più usarlo o che vada valorizzato o ignorato: insomma, aria fritta).

Il PageRank del resto è una specie di zombi, del resto era morto pure nel 2014:

Google Toolbar PageRank Finally & Officially Dead?

Era morto nel 2015:

http://mysiteauditor.com/blog/is-google-pagerank-dead/

ed è morto anche quest’anno, a quanto rimarcano:

https://www.entrepreneur.com/article/269574

Nel 2012 non stava benissimo, nel 2011 insomma, potrebbe andare meglio, nel 2010 eri un matusa se parlavi di PageRank, e così via. Nel 1986, tanto per dire, non avevano le idee troppo chiare sul PageRank.

Voglio dire, qualsiasi anno consideriamo viene fuori che il PageRank è morto: 1901, 1917, 1704, 1200, 1406.

Insomma il principio non cambia, e sempre più spesso ci ritroviamo qui a parlare delle stesse, inutili cose invece di lavorare.

Non state a farvi i pipponi sul PageRank, non è fare SEO ed è anche piuttosto fuorviante. Da un lato forse è più importante la pseudo notizia acchiappa click per favorire le discutibili elucubrazioni mentali di certuni, che non la reale sostanza del fenomeno. Cioè che esiste un problema di scarsa misurabilità dei fattori SEO, e che anche se il PR fosse l’ultima e sola chance per posizionare un sito (e non è così) sarebbe decisamente problematico incentrare qualsiasi sforzo SEO su di esso.

Non so più come ribadirlo e farlo capire meglio di così.

Link building: come farla via email

Come ho scritto ieri sul mio articolo su trovalost.it (Le richieste di link via email sono un modello di business che non funziona), le richieste dirette di backlink via email sono certamente un metodo per fare link building ancora valido, e che rimarrà tale per molto tempo ancora.

Certo è che in molti casi non può funzionare, almeno per come viene concepito, specie se si riduce a due casi:

  1. scambio di favori, magari un giorno linkerò te ecc.;
  2. link a pagamento, ti pago se metti questo link.

Entrambi portano a svantaggi nell’immediato: nel primo caso è un link che rischia di avere impatto nullo sulla SEO, nel secondo si va contro le regole di Google. In entrambe le circostanze, a mio umile parere, si ha l’impressione che il gioco non valga realmente la candela.

Esiste una casistica intermedia di richiesta di link building via email, pero’, che mi sembra decisamente più efficace, e che:

  • porta traffico mirato e tematizzato nel tempo;
  • porta link utili lato SEO (il che secondo alcuni sarebbe diretta conseguenza del precedente punto);
  • porta link che molti altri potrebbero avere;
  • porta link difficili o quasi impossibili da ottenere con strumenti automatici o tool SEO.

Funziona così: bisogna setacciare pazientemente Google e Bing, alla ricerca di siti autorevoli nel nostro settore che si occupino di stilare elenchi di risorse (i migliori siti per fare X, per capirci). Si crea poi una lista di URL e si visitano uno per volta, eventualmente scremando la lista in base alla qualità che riusciamo a percepire sul sito. Tra questi link, prima o poi – ad esempio tutorial, articoli e FAQ – potrebbe ragionevolmente trovare posto anche un nostro articolo pubblicato, guarda caso, sul sito che stiamo cercando di valorizzare o “spingere” lato SEO.

A questo punto, quindi, basterà contattare i webmaster in questione, e chiedere un link. Sappiate che:

  • in molti casi non riceverete risposta (7 volte su 10, nella mia esperienza);
  • almeno un webmaster vi chiederà soldi per questa cosa (ignoratelo);
  • due webmaster su dieci, alla fine, potrebbero essere disponibili a darvi un backlink in maniera relativamente disinteressata: il miglior backlink che potrebbe capitarvi, per quanto sia “stimolato” da una richiesta via email (ma vale anche via Facebook, Twitter o altri strumenti analoghi, ovviamente).

La percentuale di successo di questa tecnica non è altissima, e funziona maluccio soprattutto nei settori considerati borderline (adult, scommesse online, ecc.): quantomeno, pero’, predilige la qualità, è una tattica intelligente e secondo me relativamente immune alle penalizzazioni. Da valutare, ma la percentuale di successo è molto soggettiva, e dipende dalle nostre abilità comunicativo-strategiche di SEO.

Google contro i blogger-marketta

Siamo alle solite: Google ha annunciato mediante un citatissimo comunicato ufficiale dello scorso 11 marzo che i blogger che recensiscono prodotti che gli vengano omaggiati dalle rispettive aziende debbano usare il rel=nofollow, esplicitare che relazione abbiano col prodotto all’interno del sito e creare – come sempre – contenuti utili ed originali a vantaggio di tutti i propri utenti. Attenzione quindi ai link che date dai vostri blog in cambio di prodotti gratuiti: non è diventato vietato farlo, ma vanno etichettati con il nofollow, andrebbe anche detto chiaramente in che rapporto siate con l’azienda e la recensione dovrebbe essere originale e non sputata fuori con una Spintax.

Partendo dal presupposto che molte aziende inviano i propri prodotti gratuitamente ad alcuni blogger (solitamente con un buon numero di follower, o comunque molto popolari) in cambio di una recensione (una “mention“, si dice nel comunicato) dal proprio sito, Google invita ad una forma di correttezza per evitare di falsare i ranking di alcune pagine web, mostrando quindi attenzione contro una forma di marketing evidentemente molto diffusa.

Evito di riproporre i soliti pipponi che un po’ tutti scrivono in queste situazioni, non fosse altro che la politica di questo blog non insiste troppo sulla quantità, quanto sulla qualità degli articoli, e mi limito ad osservare che:

1) non si tratta di una novità sostanziale, è semplicemente una riconferma contro gli abusati schemi di link che tutti dovremmo sapere a memoria; chi decida di fregarsene, dovrebbe – se non altro – prendersi qualche responsabilità in più;

2) il fenomeno credo riguardi solo alcuni settori (neanche tutti) che basano la popolarità sulla recensioni-markette, anche se nella mia esperienza il più delle volte, chi ti chiede una recensione lo chiede gratis, e spesso ti offre nulla in cambio, per cui sarebbe curioso capire se questi link siano penalizzanti o meno. La differenza è molto sottile e credo, alla fine, dipenda dalla sensibilità del quality rater o su altri criteri immagino supportati da algoritmi statistici e/o ad apprendimento.

Comunque trovo piuttosto cattivello – uso un eufemismo – confondere chi scrive per passione su ciò che vuole – il blogger – con chi debba spacciare la recensione di un prodotto per autentica (il blogger-markettaro): motivo per cui, ad esempio, su Trovalost.it vendo spazi pubblicitari, non link. Ho già scritto altrove, comunque, che la mia sensazione su comunicati del genere è sconfortante: nascono con le buone intenzioni di essere linee guida per blogger che recensiscono prodotti, ma finiscono per diventare guide ad un goffo reverse-engineering, che è un po’ come sentirsi “hacker” perchè l’elettricista suggerisce di staccare la corrente prima di mettere mano all’impianto ed io non lo faccio: ok, non succede nulla in molti casi, ma…

Su ogni cosa, del resto, ad essere demonizzata è la manipolazione del PageRank, non la pratica generale di vendere link (come invece, a mio parere, dovrebbe essere): questo produce l’effetto collaterale del proibizionismo. Voglio dire che fa passare l’idea che il PR sia qualcosa di vietato, eccitante o affascinante, per cui finirà che qualcuno – prima o poi – dirà che il PR è l’unica cosa che conta, e sarà adorato dalle folle per averlo pensato.

Quando Google capirà tale paradosso poco simpatico, non sarà mai tardi.

 

Correlazione non implica causalità, cosa vuol dire?

La correlazione è un concetto statistico che viene molto spesso frainteso e mal interpretato, sia sui giornali che (per dire) nel settore SEO; questo sia per la mania di semplificare le cose – esigenza dettata dal marketing, in effetti – che per un’effettivo fraintendimento o peggio totale ignoranza in fatto di statistica. La correlazione e la sua cattiva interpretazione è forse uno dei casi più eclatanti di misleading graph, ovvero quegli scenari in cui si usano grafici in modo errato, tendenzioso, prevenuto, per giustificare una propria idea o peggio per provare ad avvalorarla anche se, in effetti, in assoluta carenza di metodo.

Attenzione: in questo articolo si parla dei problemi della correlazione legati allo scenario SEO (Search Engine Optimization). Qualsiasi altra considerazione su altri ambiti verrà fatta solo se davvero necessario a capire di cosa parliamo.

Nella SEO succede questo, più o meno: si individua un fattore accattivante (l’uso della keyword nel titolo, un backlink da un sito autorevole e via dicendo, a giro) e si tende – sulla base di un’analisi statistica (un campione di X siti) – ad attribuire a quel fattore (ranking factor) un’importanza più o meno “forte”: della serie, se fai questo arrivi primo su Google. Il che, alla prova dei fatti, diventa poco più di un trend vuoto e senza spessore, semplicemente da imitare in massa – il misleading graph, in effetti, è un modo elegante per riferirsi alla nota teoria della montagna di m.

In termini pratici, le correlazioni tendono a creare cattivi esempi oltre che indicare direzioni fuorvianti, oltre a mettere in ombra l’aspetto legato alla consulenza stessa: esempi di correlazioni molto abusati derivano, senza che io li linki a vuoto, da “studi” del tutto inattendibili (anche se, va detto, non per forza maliziosi) sui cosiddetti ranking factor.

A chi obietta che l’abuso del concetto di correlazione in ambito SEO sia tutto sommato innocuo (molti del settore lo pensano) rispondo da sempre, per inciso, che il danno più grosso lo si fa a livello di false aspettative, esempio: il cliente si aspetta che ad un’azione anche minima corrisponda per forza una reazione solo perchè nel “blog autorevole A il guru B ha scritto C supportandosi col grafico D“.

Uno schema che si ripete alla nausea ormai da anni, e che crea almeno due ordini di problemi:

  1. crea aspettative difficili da soddisfare, complicando inutilmente la vita a tutti;
  2. crea potenziali pretesti perchè le consulenze SEO non vengano pagate (certo bisogna essere cattivelli per farlo, ma i presupposti non sono banali da smentire e spero che questo articolo possa essere utile a farlo)

Ecco il vero danno della correlazione: far passare una correlazione tra due fattori come causalità rischia di mettere in discussione, di punto in bianco, mesi di duro lavoro. Ecco perchè ho scritto questo articolo nella speranza che, un giorno non lontanissimo, questa triste tendenza acchiappa-click possa trovare la parola “fine”.

Vana speranza, fino ad oggi.

Non voglio perdermi nelle spiegazioni dei problemi annessi alla correlazione fraintesa come causalità, anche perchè basta Wikipedia per capirlo da soli: vorrei piuttosto concentrarmi su un esempio pratico – per quanto ipotetico – che, ciclicamente, si ripropone in diverse varianti sulla piazza.

Per capirci, immaginiamo di fissare l’attenzione su un argomento (ad esempio la query di ricerca: “corsi per webmaster“), e facciamo questo ipotetico esperimento. Troviamo un criterio per estrarre tutti post del nostro blog che siano pertinenti all’argomento “corsi per webmaster”, e poniamo di ripetere la procedura su tutti i più importanti siti e blog dei nostri concorrenti. A questo punto potremmo – in PHP e Open Graph di Facebook è possibile farlo facilmente, peraltro – calcolare il numero di condivisioni di ognuno degli articoli che parlano di “corsi per webmaster”, ottenendo così una lista del genere (titolo, URL, numero condivisioni):

  1. Come diventare webmaster col miglior corso online (sito1.it), 500 condivisioni
  2. Corsi online per webmaster a soli 1500 € (sito2.it), 400 condivisioni
  3. Corsi di formazione per webmaster – Iscriviti ora (sito3.it), 200 condivisioni
  4. Corsi formazione 2016 webmaster (sito4.it), 50 condivisioni

Quello che verrà fuori, insomma, è una classifica in cui, ad esempio, su una colonna metteremo l’URL o il titolo dell’articolo,  e sull’altra il numero di like in ordine decrescente (dal più grande al più piccolo). Proviamo ora a cercare su Google “corsi per webmaster”, e prendiamo nota dei primi 4 risultati.

Per lo scopo del nostro esempio, poniamo che l’ordine dell’uno e dell’altro coincidano: stiamo simulando il processo di inganno della correlazione, ed è questo il punto cruciale da considerare. A questo punto, infatti, saremmo tentati dal trarre una conclusione dall’esperimento: Google ordina i risultati di ricerca in base al numero di condivisioni!

Conclusione che non deve portarci fuori strada, tuttavia: il fatto che l’ordine di share decrescenti corrisponda con l’ordinamento che Google fornisce per quei risultati non vuol dire affatto che Google abbia ordinato in base al numero di share! Questo perchè esiste certo una correlazione inversa molto forte tra le due misure (ovvero il numero di share da un lato, e la posizione su Google dall’altro), ma questo non vuol dire che una sia influenzata in alcun modo dall’altra.

Del resto una delle correlazioni spurie più famose è riportata dal fisico americano Bobby Henderson, e lega apparentemente – in una sua brillante provocazione di qualche anno fa – l’aumento della temperatura media della terra con la diminuzione del numero di pirati.

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Il senso del tutto è ancora più chiaro consultando le correlazioni spurie che sono state trovate sul sito Tylervigen: con diverse gradazioni percentuali, si tratta di correlazioni superiori al 60% (si noti come quelle davvero interessanti siano prossime al 100%, e come in molti blog SEO si riportino come “significative” correlazioni del 10 o del 20% tra titolo e posizione su Google della pagina).

  • Spese annuali USA per scienza, spazio e tecnologia correlato fortemente con Numero annuale di suicidi per impiccagione, strangolamento e soffocamento
  • Numero annuale di persone morte annegate in piscina correlato con Numero di film per anno in cui è comparso Nicolas Cage
  • Consumo mensile di formaggio correlato con Numero di persone morte impigliate nelle proprie lenzuola
  • Numero di divorzi annuali nel Maine correlato con Consumo di margarina pro capite

Attenzione, quindi, a non farci portare fuori strada da analisi che, di fatto, periodicamente vengono riproposte anche (purtroppo) su blog autorevoli del settore.

Nota: questo post deve molto, tra l’altro, alle mie letture su argomenti scientifici (Dawkins, Odifreddi e molti altri), a Bobby Henderson ( fonte ) a tutti i pastafariani e – non ultimo come importanza – all’impostazione fornita dal blog LowLevel.it. Il minimo che possa fare, senza perdermi in altri inutili ricami, è dire loro “grazie”.

…ogni volta che si usano dei fatti per supportare una conclusione precostituita si è disonesti. La scienza non è affatto immune: è estremamente facile sostituire «correlazioni» con «cause» per provare qualsiasi cosa uno voglia, come per esempio che la diminuzione dei pirati causa il surriscaldamento globale (B. Henderson).

A caccia di errori 404 per fare link building

Essere linkati dai partner è fondamentale per tentare di incrementare i link “mirati” (Targeted link building) o fortemente tematici di cui ogni sito, a suo modo, ha bisogno a scopi SEO. Per una consulenza da me fatta di recente, mi è capitato di dover correggere un “link di partnership” – per intenderci: un rivenditore che si affida al negoziante mio cliente, che linka dal suo sito ufficiale quello di quest’ultimo, che puntava ad un dominio scaduto e non più rinnovato. Un backlink perso, in pratica, un dead link che puntava “a vuoto”, e che invece sarebbe stato più utile rivolgere al sito per cui facevo consulenza.

sito distributore -------XXXX------> vecchio dominio cliente, non recuperabile
sito distributore -------link------> sito cliente attuale

Prassi vuole, in questi casi, che venga inoltrata dal SEO una richiesta di correzione del link all’azienda, magari mediante l’indirizzo email ufficiale del cliente, in modo da conferire maggiore “ufficialità” alla cosa, in modo da ricevere sperabilmente un feedback in merito.

Il problema che si può riscontrare in questi casi è che, in molti scenari, le aziende sono ancora poco pratiche se non avulse al mezzo internet, leggono poco le email, non dispongono di personale esperto o particolarmente avvezzo a farne uso, per cui c’è il rischio che la richiesta non sia evasa perchè, letteralmente, non compresa da chi ci legge.

L’arretratezza in ambito tecnologico è, da questo punto di vista, considerabile come un fattore SEO a tutti gli effetti, che rischia di rallentare l’intero processo di link building in maniera considerevole.

Potrebbe essere utile, in questi casi:

  1. provare a sentire telefonicamente l’azienda (ammesso che abbia supporto in una lingua che conosciamo);
  2. scrivere la richiesta in maniera sintetica e comprensibile, dando per scontato dall’inizio che chi ci leggerà non sa niente di SEO;
  3. allegare alla mail un documento sintetico che spieghi il motivo per cui si fa questa richiesta (a patto che sia a prova di “dummies“, ovviamente, e magari evidenziandone i vantaggi indiretti puntando su concetti quali “fare rete” e via dicendo);
  4. ripiegare su altre scelte ulteriori, come ad esempio una qualche forma di link building indiretta (che pero’ richiede ancora più tempo della precedente, purtroppo).

(foto: Post Memes)

Come rimuovere una pagina da Google

La rimozione di contenuti come pagine web, foto o altri materiali è una pratica molto più comune di quanto si possa pensare anche in ambito SEO: togliere di mezzo dal web link poco utili, o che addirittura gettino ingiusto discredito sulla nostra azienda o sulla nostra persona, è una cosa parecchio importante in termini di “visibilità” sui motori di ricerca.

La faccenda è talmente importante che si è pronunciata in merito anche la Corte Europee, con sentenza del 13 maggio 2014, stabilendo che anche “i singoli individui possono chiedere ai motori di ricerca di rimuovere specifici risultati che appaiono effettuando una ricerca con il proprio nome, qualora tali risultati siano relativi all’interessato e risultino obsoleti“.

Farlo è molto semplice: per rimuovere un contenuto obsoleto o non desiderato che ci riguarda basta seguire il link
https://support.google.com/legal/contact/lr_eudpa?product=websearch
che ci permetterà di togliere di mezzo qualsiasi contenuto indicizzato su Google che sia ritenuto compromettente per la nostra immagine. All’interno della pagina sono indicate tutte le istruzioni da seguire per effettuare la procedura di rimozione di link da Google, tra cui fornire una mail a cui essere ricontattati e dare prova della nostra identità. La procedura è assistita e permette di segnalare uno o più link che ci riguardano che desideriamo rimuovere da Google.

Altro caso, invece, riguarda la rimozione di pagine da Google di un nostro sito: in questo caso lo strumento da utilizzare non è quello appena illustrato bensì la Search Console, in particolare partendo da questo link:
https://www.google.com/webmasters/tools/url-removal

Come capire se hai bisogno di un SEO

Non tutti hanno bisogno di fare SEO sul proprio sito, ed in questo nuovo articolo proveremo a spiegare il perchè. In breve, io credo che la SEO debba essere anzitutto un’attività sostenibile dall’azienda che dice di averne bisogno, ma questo deriva dai troppi imprenditori improvvisati, dai troppi fraccomodi che hanno il sito di mezza pagina e vogliono salire su Google senza muovere un dito, soprattutto da vari casi in cui ex clienti sostenevano di dover pagare “a posizionamento avvenuto”. Comodo per loro, troppo poco agevole per me (per inciso: non c’è modo di garantire la prima posizione, e le consulenze si pagano sempre in modo commensurato allo sforzo, mica stiamo vendendo patate al mercato): di fatto, quelle aziende forse non avevano bisogno di SEO. Non hanno bisogno di SEO, se non per questioni di pure vanity metrics, i siti personali (con poche, lodevolissime eccezioni), i blog che parlano “di tutto un po’“, i troppi siti amatoriali che credono che basti arrivare in prima posizione per fare i soldi con internet.

Hai bisogno di SEO se hai individuato il tuo pubblico di riferimento, e vorresti valorizzare le conversioni, l’utile, i collegamenti di terze parti sul tuo sito. Hai bisogno di un SEO se operi in un settore che usa internet come mezzo attivo per procurare business, e non si limita a farne uso con supponenza o vanità (es. “abbiamo il sito perchè il nostro concorrente ce l’ha pure“). Hai bisogno di un SEO se operi in settori molto concorrenziali che siano altrettanto cercati sul web: carte di credito, settore adult, servizi online, consulenze informatiche, grossi siti di news (ma qui andrebbe capito il modello di business, again & again). Hai bisogno di un SEO se stai tenendo in piedi un e-commerce e ti serve raccogliere potenziali clienti mediante motori di ricerca. Hai bisogno di un SEO se vuoi rendere davvero ricercabile nel migliore dei modi il tuo catalogo di contenuti, servizi, prodotti e via dicendo.

Alla base c’è un brutale, ma tutto sommato semplice, ragionamento: prima di tutto, dovresti avere un sito che sia progettato per vendere qualcosa. In secondo luogo, devi accettare che il SEO possa modificarlo come necessario (per incrementare user experience, conversioni e numero di visite, eventualmente estendendolo con sezioni extra quali blog e FAQ), cosa non banale ma necessaria, il più delle volte. Deve avere qualcosa di concreto nel tuo sito: un servizio, un prodotto, non basta neanche l’idea innovativa a volte, e deve esserci un modello di business concreto dietro – e ci tengo a scriverlo: no, mettere le pubblicità in un sito in WordPress non è un modello di business, al massimo può essere un incentivo. Per guadagnare online, per inciso, possono essere molto più utili tecniche per portare visitatori sul sito (via social, soprattutto), non tanto il fatto di arrivare in prima pagina e, magari, non essere cliccati comunque da nessuno.