Perchè alcuni siti di bassa qualità finiscono in prima pagina?

Motivo di angoscia e terrore per moltissimi addetti ai lavori, vedere risultati di ricerca con siti molto vecchi, scadenti e soprattutto irremovibili da anni è una cosa che fa piacere a pochi (se non, forse, ai proprietari di quei siti). Siti con contenuti vecchi, che non prevedono neanche uno straccio di responsiveness eppure sono lì, a farci beffe di noi e delle nostre ottimizzazioni. In molti casi, i siti in questione lasciano tracce di pratiche considerate scorrette come, di solito, keyword stuffing.

Perchè avviene? Evidentemente alcuni “fattori SEO” – come un po’ erroneamente vengono chiamati, ma è per capirci – non sono tarati a dovere, e questo introduce una sorta di bug all’interno del sistema: di solito questi errori vengono risolti nel tempo, ma possono passare molti mesi finchè succederà ed essere Google un sistema in larga parte closed il meglio che possiamo fare è segnalare come spam i siti scorretti. Qualcuno dirà che serve a poco ma io sostengo da sempre che sia meglio che non fare nulla, o tentare improbabili azioni negative SEO contro l’odiato competitor (che potrebbero inaspettatamente ritorcersi contro di voi).

Risposta breve alla domanda “cosa possiamo farci“: quasi nulla, o meglio, è importante che questa cosa non diventi un limite. Se è vero che le SERP di bassa qualità coincidono molto in consulenze a costo superiore alla media (non fosse altro che richiedono un lavoro più scrupoloso, lungo e dettagliato, ed è difficile capire precisamente dove e quando si andrà a parare), è anche vero che in molti casi rendono sconveniente del tutto intervenirci. Ci sono articoli che provano ad identificare le caratteristiche dei siti scadenti che finiscono in prima pagina, che rispondono il più delle volte, in effetti, a specifiche caratteristiche (ad esempi: EMD – Exact Match Domain, oppure sono domini aged di almeno cinque o sei anni), ma questo non dovrebbe trarre in inganno e considerarsi “regola”.

Dal mio punto di vista, se ci si vuole “infilare” in SERP con risultati scadenti, vale in generale il principio most-recent most-relevant, ovvero cercare di sfruttare Caffeine, nella speranza che Google privilegi contenuti più recenti/approfonditi/di maggiore “qualità“, o pertinenza, per le query in questione. Questo pero’ non sempre si può fare, quantomeno nei casi in cui è possibile farlo si prova ad onorare il succitato principio “Searchers want to find the latest relevant content, and publishers expect to be found the instant they publish“, il che si può attuare in una miriade di modi diversi (il più delle volte un dominio molto autoritativo, o magari EMD, può aiutare parecchio).

Perchè complicarsi la vita (quando sarebbe solo questione di PageRank)

Scorro Google Plus qualche sera fa e mi imbatto in un collega delle mie cerchie che espone, in maniera dettagliata, come venga calcolata “una certa cosa” (se masticate SEO da più di qualche tempo avrete facilmente intuito di che si tratta: se non lo aveste capito, parlo del PageRank). Lo fa per mettere giustamente in mostra le proprie competenze, ma c’è di mezzo il solito discorso: concentrarsi troppo su un aspetto qualsiasi della SEO mette in ombra tutto il resto, e ci fa lavorare male.

Perdonatemi se non metto riferimenti precisi alla questione e se non tiro in ballo la persona – non l’ho ancora conosciuta di persona, rischio di farmi capire male e ho tempo nè voglia, in questi mesi, di discutere più di quanto le consulenze richiedano – ma non è per mancanza di rispetto o “paura”: semplicemente, mi ha dato da pensare un commento comparso a questo post, che in sostanza diceva qualcosa tipo

alla gggiente piaciono le cose semplici!1!!! smettila con queste cos3 complicate!!1!

(più o meno, ecco). In pratica, il commentatore in questione si lamentava (lamentarsi sui social, che novità) dell’approccio “scientifico” alla questione, troppo ostico per lui che di mestiere fa pure il consulente (ecco), il che mi da’ da riflettere perchè sarebbe come lamentarsi di un idraulico competente in idraulica, che poi signora mia i clienti non capiscono queste cose complicate sui tubi, mentre potresti fare l’esempio di Super Mario che è chiaro e divertente e poi ha quei baffi che lo rendono così simpatico…

E poi non scherziamo: abbiamo decine di blog SEO che presentano tutto in modo così semplice (bene, bravo, bis, e nel frattempo ti invitano a cliccare un po’ dappertutto), tu chi sei per fare il “professorone”? Il mondo SEO è ricchissimo di esempi sbagliati o semplicistici, fatti apposto per rendere l’argomento appetibile anche ai gonzi.

Sarebbe come se, mutatis mutandis, uno che fa l’avvocato si lamentasse perchè il suo collega tira sempre fuori questi discorsoni che coinvolgono il codice civile e quello penale: è il tuo mestiere, ciccio, e ci vuole tanto rispetto.

Mi ha dato da riflettere perchè questa manìa di “semplificare” – o meglio ridurre ai minimi termini: calcoli di keyword density, calcolo di indici, PageRank –  la SEO e renderla “per la gente” ha rovinato molti consulenti, dato in mano il settore a chi sapeva spammarsi meglio, lavato la testa ai clienti (che a volte sembra ne capiscano più di te sull’argomento!) e come se non bastasse deturpato le nostre, legittime, pretese sui prezzi (della serie: se mi convinco davvero che siano tutte cavolate e che basta manipolare il PR, lavorerò per poco molto, molto più facilmente).

In realtà molte cose in ambito SEO sono maledettamente complesse, e questo dovremmo metterci l’anima in pace un po’ tutti: soprattutto quando si tratta, come va molto di moda in Italia, di tentare goffi reverse engineering di Google, della serie: ho posizionato il blog di mia zia per la ricerca “ricette di zia Ada che abita a Roma vicino casa mia“, quindi sono un SEO.

Solo che, strano a dirsi (ma forse no) molti clienti si ostinano a ritenere che sia facile, si irritano se li contraddici (quel commento sgarbato, per quanto patetico, è sintomatico) ed in molti casi (parlo per esperienza diretta) è soltanto un paravento per poter dire “mi hai chiesto troppi soldi per una cosa così semplice“.

La semplificazione ad ogni costo in ambito SEO è, in altri termini, l’anticamera dello scrocco.

Chiaro, no?

Quando Google ti penalizza più volte

Un nuovo post pubblicato sul blog per webmaster di Google (Repeated violations of Webmaster Guidelines) richiama l’attenzione dei webmaster vittima di una penalizzazione sul proprio sito, che dopo aver (ad esempio) rimosso i link maliziosi li hanno reinseriti, del tipo “Google mi impone di mettere il nofollow, lo tolgo, la penalizzazione sparisce, ebbè… adesso lo tolgo di nuovo, e sono a posto, yahoo“.

In pratica, abbiamo una nuova categoria di webmaster (e di SEO, di riflesso), quelli recidivi: pagano la “multa”, fingono di fare i “bravi ragazzi”, e poi ci ricascano. Considerando che ti possono aver beccato una volta, possono farlo anche la seconda, la terza e così via: ma questo dovebbe essere ovvio, perchè – se non fosse così – sarebbe una perdita di tempo per tutti. Una cosa raggelante, secondo me, che da’ l’idea di un “parco giochi” in cui, se i termini del discorso sono davvero questi, non mi pare si possano sviluppare progetti, competenze e piani a lungo termine.

Credo anche la circostanza sia ispirata ad almeno un caso reale, per cui dedico un pensiero di conforto alla persona che ha avuto un’idea “geniale” del genere, sia pur del tutto simbolico: non prendetela a male se l’avete fatto anche voi, e la penalizzazione vi è stata notificata una seconda volta, perchè la cosa fa francamente sorridere. È ovvio che si possono aggirare certi controlli che fa Google, ma in un discorso serio (e soprattutto in una consulenza) non è proprio per tutti farlo: almeno, usiamo un po’ di fantasia, e non facciamocene accorgere ripetendo di nuovo… lo stesso comportamento.

Mi da’ parecchio fastidio la circostanza, in effetti, perchè finisce per buttare ulteriori secchiate di fango sul nostro settore, e nel sentire storie del genere, mi rendo conto, molti potenziali clienti potrebbero sentirsi scoraggiati a farsi fare la consulenza se poi, alla prova dei fatti, succedono cose del genere. In effetti non dovrebbe mai sfuggire l’aspetto legato al “perchè” i backlink possono essere malevoli ed è sempre più facile, per Google, accorgersi di quelli che cercano di manipolare il PageRank: non fosse altro che il PR l’hanno inventato e raffinato loro stessi, e che un semplice controllo sui link permette di rilevare, in maniera algoritmica, se ci sono link “malevoli” e questo avviene anche in ripetute sessioni, insomma.

La penalizzazione non è un costo che si paga una volta tanto e via, ma può anche ripetersi, soprattutto nel caso di comportamenti recidivi come quello descritto, e questo comunicato di Google sembra chiarirlo in maniera piuttosto chiara. Attenzione, quindi, a “giocare” con queste cose, e diffidate dai consulenti che vi prospettano cose del genere.

In prima pagina su Google: con Adwords

Tempo fa parlavo con un amico del sito web di un villaggio turistico della mia zona, il cui proprietario (parole del mio amico) “ha pagato Google” per stare in prima pagina; la persona in questione aveva evidentemente usato Google Adwords. Quest’ultimo, per chi non lo sapesse, è il servizio online di Google che permette agli inserzionisti (cioè a chi paga) di far comparire i propri annunci a pagamento in forma molto simile ai risultati di ricerca cosiddetti organici.

In altri termini, a fianco del servizio base di indicizzazione dei siti web, si presenta l’ulteriore opportunità di partecipare a vere e proprie “aste virtuali“, le quali creano una classifica degli annunci da mostrare per ogni ricerca, sulla base di quanto gli inserzionisti siano disposti a spendere. Questa opportunità rischia di rendere, agli occhi dei meno informati, le attività SEO come sostanzialmente inutili. Ed è questo il motivo per cui ho scritto, forse in maniera troppo esplicita, “fare danni“.

Prima che a qualche fanboy di Google prenda un colpo, a questo punto, lo scrivo chiaramente: so bene che l’azienda dice che
la pubblicità con Google non produrrà alcun effetto sulla presenza del tuo sito nei nostri risultati di ricerca. Google non accetta mai denaro per includere o posizionare i siti nei suoi risultati di ricerca (fonte)
il che è vero, per carità. Al tempo stesso, pero’, a pochi euro (un prezzo stracciato rispetto alla più sgangherata campagna SEO) permette al peggior sito della storia di posizionarsi, di fatto, in “prima pagina”.

Ovvero: Google non accetta pagamenti per i posizionamenti organici perchè queste cose non si fanno, al tempo stesso accetta che uno paghi per apparire in annunci pubblicitari che hanno, guarda caso, lo stesso aspetto di quelli organici. In altri termini, se proprio devi pagare qualcuno per stare “in prima pagina” (un concetto rimasto un po’ troppo vago in questi anni), paga sul conto di Google. Se quegli annunci a pagamento fossero meglio differenziati dai risultati di ricerca, quantomeno, non parlerei di contraddizione: ma il fatto che vogliano sembrare risultati di ricerca “come tutti gli altri” pone Google in una posizione da sempre (a mio umile avviso) piuttosto spinosa.

Il problema, in effetti, è anche l’eccessivo spazio che riserva Adwords ai propri inserzionisti per alcune ricerche “top“, come mostrato di seguito. La screenshot seguente mostra la differenza (evidentemente labile, evidenziata da una piccola etichetta gialla) tra risultati organici – che sono quelli su cui operano i SEO – e risultati a pagamento – che invece NON riguardano i SEO.

In questo caso Adwords si è beccata circa l’80% dello spazio above the fold.

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Dovreste capire perchè, a questo punto, il SEO lavora spesso sulla coda lunga (le ricerche specialistiche: chiave caratteristica piuttosto che chiave-secca): perchè quella “corta”, in molti casi, è occupata militarmente da competitor forti e, non sia mai ci manchi, Google Adwords. È costretto a farlo da questo genere di politiche.
Adwords ha banalizzato l’essere in prima pagina, piazzandolo dietro il paravento del “basta pagare per essere primi“; e a molti clienti non interessa approfondire la questione, purtroppo.
Provo a spiegarmi ancora meglio.

  1. Da un lato, passa l’idea fuorviante che Google si faccia per forza pagare per stare in prima pagina; il che, in un certo senso, è vero, dato che basta avere un budget per entrare nelle aste e, ruotando le giuste “manopole” (gli esperti Adwords perdoneranno questa orribile approssimazione), far comparire il cliente quando e dove desidera. Ebbè, basta pagare! Questo, già di suo, rende l’attività SEO (a confronto) qualcosa di troppo costoso, troppo lungo, troppo difficile, che – non a caso – sono le tipiche obiezioni che fanno i clienti nel visionare i nostri preventivi. Adwords è uno strumento prezioso per fare marketing su piccoli budget e non voglio demonizzarlo, ci mancherebbe, ma deve essere chiaro (al di là della sua forma “appetitosa”) che quando smetti di pagare scompari istantaneamente dalle prime posizioni.
  2. Molte consulenze SEO low-cost (si parla delle classiche 99 euro una tantum) si basano subdolamente sull’impostazione di una campagna Adwords. Ti parlo di SEO, faccio qualche supercazzola, e poi ti dico che a soli X euro ti mando in prima pagina; creo quindi una campagna Adwords, il cliente vede il sito subito in prima pagina, è felice & contento e questo rende inutile agli occhi del medesimo qualsiasi – qualsiasi! – discorso SEO di qualità, di link building, di immagine del sito, reputazione, trust e compagnia cantante. Poi ci lamentiamo che della qualità dei siti non frega niente a nessuno, e questo vale soprattutto in ambito commerciale: del resto “basta pagare“, again & again.
  3. Per una serie di congiunzioni astrali e ragionamenti grossolani basati su questa falsariga, quindi, il costo di una qualsiasi consulenza SEO si è ridotto, da un lato, allo “stare in prima pagina”, svilendo così brutalmente tutto il resto delle nostre attività, facendo sembrare indirettamente poco finalizzata e “troppo cara” qualsiasi attività di ottimizzazione.

Perchè dovrei spendere X mila euro per un SEO, si chiede l’uomo della strada, quando ne posso spendere 100 per una campagna Adwords appena decente? Il perchè è racchiuso nel tuo “cosa intendi per SEO?“: se credi che si tratti solo di farti restare in prima pagina, tanto vale usare Adwords, punto.

Se poi desideri ottimizzare le tue ricerche, ricevere benefici a lungo termine, renderti visibile a più fette di visitatori (o addirittura a vari settori di mercato), migliorare contenuti e/o referenze online, aumentare il traffico ed ottimizzare le tue conversioni (e si può fare anche via risultati organici), la SEO può fare al caso tuo.

“Stare in prima pagina”, oggi, non sembra neanche una priorità: è stato un totem del recente passato, dettato dalla fissazione di molti guru nel presentare cose difficili ad un pubblico di pecore che non ama gli approfondimenti. Oggi, salvo casi circoscritti, la sua condizione di necessità viene fortemente minata da Adwords, che con qualche spicciolo procura l’effetto benefico-mitomane di “farti sentire in prima pagina“. Poco importa che i risultati concreti tardino ad arrivare, perchè nel frattempo hai già pagato.

 

La prima pagina su Google non deve essere un’ossessione

Secondo varie definizioni di SEO che si sentono o leggono in giro, lo scopo delle ottimizzazioni è quello di “migliorare (o mantenere un elevato) posizionamento nelle pagine di risposta alle interrogazioni degli utenti del web” (Wikipedia), oppure (definizione che preferisco) “il processo di ottenere traffico, cioè visitatori, da risultati di ricerca gratuiti, organici, editoriali o naturali” (SEL). Anche Google si è scomodata a dare una definizione, e – per quanto la stessa resti condivisibile – a mio avviso fa passare in secondo piano un aspetto trascurato dai più: la prima pagina. Questa dolce, inarrestabile ossessione che fa dimenticare a molti la sostanza di quello che si fa. Del resto moltissime guide SEO, anche molto autorevoli purtroppo, insistono su questo aspetto come se la prima posizione su Google fosse quasi un diritto: ciò nel tempo ha finito per creare sfiducia, e la rottura di determinati equilibri.

Molti ancora oggi mi contattano su Skype con un’idea preconcetta (il fatto stesso di voler fare SEO a forza, ad esempio, è spesso una forzatura che semplifica brutalmente molti aspetti), oppure con discorsi tipo “vorrei essere in prima pagina col mio sito” (ed hanno un dominio comprato l’altro ieri con 6 pagine), “voglio arrivare in prima pagina, quanto costa?“. Questa mentalità, dopo anni di esperienza, credo possa essere figlia di un approccio sbagliato alla materia, condizionato in buona parte da letture fuorvianti e semplicistiche di blog SEO. Del resto, la stessa battuta che ho sentito in più occasioni (“la seconda pagina di Google è il luogo più sicuro dove seppellire un cadavere“) mi ha sempre fatto ridere poco , e vi garantisco che non sono una persona a cui manca il senso dell’umorismo.

Chi pronuncia, cita o ride per quella battuta mostra di non dare molta importanza, alla qualità di ciò che fa, oltre ad assumere che gli utenti di Google siano un branco di incapaci che cliccano sul primo risultato e saranno automaticamente soddisfatti di ciò che troveranno. È un po’ come dire, insomma, che abbiamo ridotto le attività SEO al pulsante “Mi sento fortunato“: la SEO diventa una questione di fortuna con le stesse probabilità di indovinare chi vincerà il prossimo campionato.

Questo approccio ranking-oriented denota inoltre una scarsa autostima, in un certo senso, perchè riduce le attività SEO ad azioni meccaniche e, spesso, del tutto fuori contesto.

La fissazione per la prima pagina “in astratto” è una cosa da cui dovremmo diffidare in massa, perchè i risultati delle attività SEO sono misurabili anche in termini diversi dalla posizione che riuscirai ad occupare (CTR, impressioni, visite, conversioni, e via dicendo). Del resto, preferiresti 100.000 visite mensili stando in seconda pagina (vicino a quel cadavere, magari), o 1.000 stando in prima pagina? Stare in prima pagina non è sinonimo di successo, proprio perchè la user experience è decisamente migliorata negli anni, e non è detto che arrivare in prima pagina sia sinonimo di ricevere visite, feedback e conversioni sul proprio sito.

Per queste ragioni affermo con forzae che la “prima pagina di Google” è il modo peggiore per approcciare ad un discorso SEO, e questo perchè la prima pagina non è la priorità delle attività SEO, ma solo una parte del problema. Piuttosto, la prima pagina può arrivare alla fine di un lungo processo, che può durare mesi, addirittura anni: a monte ci sono una serie di condizioni (spesso labili, mutevoli, quasi impossibili da decifrare nella propria interezza) relative alla qualità, all’unicità/utilità dei contenuti, ma anche alla user experience e all’utilità stessa del sito (un aspetto, quest’ultimo, troppo sottovalutato da chi crede di fare SEO semplicemente a colpi di backlink rubacchiati qui e là).

Dipende anche dalla tua sensibilità: se avete l’ossessione per la prima posizione (come ho già scritto) tanto vale usare Adwords ed accantonare qualsiasi altro discorso, dato che questo strumento è pensato esattamente per monetizzare questa manìa.

Addon di Firefox utili in ambito SEO

Se utilizzate abitualmente Firefox questi addon potranno essere utili per il vostro lavoro di SEO. Vediamo di che si tratta: ovviamente si tratta di tool gratuiti che, in generale, è bene installare un po’ alla volta e solo per quello che vi servono, in modo da evitare di rallentare il browser.

  • Site Tool Analysis – Effettua un’analisi onpage del vostro sito, può essere interessante per mettere a confronto voi con i vostri concorrenti. Site Tool Analysis
  • Pinger – Permette di andare a caccia di link 404 all’interno delle pagine web che navigate; può essere utile sia per i vostri siti che per notificare ai webmaster eventuali errori che rilevati, ed eventualmente proporre i vostri link. Dopo averlo attivato, cliccate col tasto destro sulla pagina e vedrete la prima voce del menu a discesa che mostrerà una voce per controllare tutti i link della pagina corrente. Pinger
  • Save Text To File – Salva in formato testo una porzione di pagina evidenziata, creando in automatico i file .txt in una cartella desiderata. Save Text To File
  • SEO Info – Fornisce informazioni di ogni genere sui siti che vengono visitati, tra cui pagine del sito indicizzate sui motori di ricerca, backlink, pagine del sito segnalate sui social network, PageRank, WHOIS del dominio. SEO Info
  • Self-Destructing Cookie – Utile per sbarazzarsi dei cookie traccianti, specie quando si possieda più di un account sul proprio computer per evitare confusione. Self-Destructing Cookie
  • Google Search Link Fix – Impedisce a Google di tracciare i nostri click sui risultati di ricerca (in pratica mostra nelle SERP l’URL diretto del sito senza “filtro” da parte di Google), può essere utile soprattutto a scopo di privacy, test e sperimentazione. Google Search Link Fix
  • Copy Link – Copia tutti i link di una pagina nel buffer, pronti ad essere incollati in un documento. Copy Link
  • Adult Blocker – Non è un addon SEO, ma serve ad evitare di distrarsi mentre si lavora. Adult Blocker
  • SEO Quake – Considerato uno dei migliori plugin per fare SEO, permette di visualizzare risultati estesi all’interno di Google, mostrando ad esempio indici come PageRank e AlexaRank. Attenzione a non farsi fuorviare da queste informazioni ed al fatto che questo addon tende a diventare instabile se attivate troppe opzioni contemporaneamente. SEO Quake
  • Majestic – Un tool alternativo per trovare backlink della concorrenza in modo semplice e sicuro. Majestic
  • Domain Auction Metrics by DomCop Fornisce informazioni sui domini all’asta mediante GoDaddy ed altri marketplace. Domain Auction Metrics by DomCop

 

Strategie di link building per cattive persone

Acquisto di link – Ci sono numerose strategie per comprare i link che possono esserci utili: ovviamente bisogna saper valutare se ne vale la pena (nel 90% dei casi non ne vale la pena), e se non costano tanto (la media va dai 15 ai 100 euro, una tantum o come quota mensile a seconda dei casi). Se lo fate, quantomeno non compratevi backlink da footer e widget di altri siti – cosiddetti backlink site-wide – perchè sono spesso i primi ad essere penalizzati manualmente, e possiedono una struttura HTML abbastanza semplice da rilevare per via algoritmica.

Article marketing – Per quanto esista un modo corretto di farla, il più delle volte questa tecnica si riduce a “scrivi un comunicato stampa e spammalo fino allo sfinimento” oppure, peggio ancora, “riscrivi lo stesso articolo cambiando solo qualche parola“. Lo spirito semplicistico e sbrigativo con cui i comunicati stampa e gli articoli promozionali vengono pubblicati e riproposti è disarmante in molti casi, e mostra azienda ancora piuttosto sprovvedute in merito: in moltissimi casi sono un modo fiacco di fare link building, ma se usati con più criterio (ed un pizzico di astuzia) sarebbero un’arma micidiale per fare la differenza.

Scambio di link indiretto – Si contattano webmaster di siti simili (spesso saranno nostri concorrenti diretti) e si chiede di ricevere un backlink da un suo sito in cambio di uno da parte nostra su un’altra coppia di siti. In questo modo il link one-way è assicurato e non c’è il rischio di essere penalizzati per scambio di link (Google penalizza l’eccessivo scambio di link, in realtà), per quanto permanga la possibilità di essere accusati di compra-vendita di link.

Infografiche – Per quanto siano magnificate dalla maggioranza dei SEO, mi spiace scriverlo: trovo da sempre che siano da evitare, che denotino scarso appeal SEO e vuoto spirito di emulazione dei marketer americani, rientrando così nella link building “grigia” in 9 casi su 10: non fosse altro che il loro contenuto informativo è spesso irrilevante o nullo (in Italia si riciclano le infografiche anglofone come regola), per cui mi pare evidente la loro natura maliziosa (rischio penalizzazioni). Senza contare che questa strategia presuppone lo share massivo dell’immagine, cosa che non è scontato far succedere (l’effetto virale non si preventiva, e senza quello il link rischia fortemente di essere del tutto irrilevante). Se paghiamo il nostro grafico per farne una ed ottenere poi uno o due backlink “sputati”, potrebbe essere “meglio” ricorrere alla vendita ordinaria.

Link building: 5 tipi di link nofollow che amerai lo stesso

In questo articolo proverò ad esporre 5 esempi di backlink significativi con attributo nofollow che vorreste avere anche voi: sì, anche voi che fate gli espertoni in materia, e sottolineare che il dofollow è l’unica cosa che conta. Ma è davvero così?

Sono anni che mi chiedo il perchè di questa ossessione anti-nofollow, e col tempo credo di aver imparato a legarla esclusivamente al mercato dei link: in pratica, chi snobba i link nofollow lo fa per alimentare, o non sminuire, il valore della compravendita link. Pensarla in questo modo mostra una visione limitativa della SEO, soffocata da una imprecisata e deleteria ossessione per “il successo” che da consulente non potrò mai accettare. Google, per inciso, ha pubblicato un comunicato in cui scrive, tra l’altro, che i blogger dovrebbero usare il nofollow su tutti i link che non siano venuti fuori in modo organico (ad esempio, i link che non esisterebbero se non ci fosse stata qualcosa in cambio di quel link, come un prodotto o un servizio omaggio). Motivo per cui ho insistito più volte sull’idea che fare una buona link building coincida col trovare N buone ragioni per cui una pagina del nostro sito debba essere linkata dall’esterno (perchè è utile, perchè è divertente, perchè è tanto assurda da meritare l’esposizione ecc.)

In questa sede ho invece la presunzione, se posso dire così, di mostrare l’utilità anche di questo genere di link nofollow, ed il fatto che troppi ragionamenti di questo tipo finiscono per farci perdere di vista quello che conta davvero in ambito SEO.

Eccovi quindi 5 esempi “nobili” di link building in nofollow, che dovrebbero convincervi quantomeno a non fare discussioni o “pipponi” inutili.

  1. Guest blog non “malevolo” – Quando un blogger famoso ci offre lo spazio sul proprio sito, la tentazione di usare il dofollow è fortissima: ma non è affatto scontato, nè necessario, che si debba fare. Se il sito è famoso, infatti, riceverete comunque (anche in nofollow) molte visite da una fonte di traffico più o meno autorevole, a seconda di quello che trovate.
  2. Bookmark – I vari cloni di Reddit all’italiana propongono da sempre la possibilità di postare le proprie notizie e pagine web, col risultati di mostrarle in pochi secondi a centinaia di potenziali visitatori. Quei link sono utili per portare visitatori attivi sul sito, e questo non c’entra nulla con qualsiasi considerazione sul nofollow possiate fare.
  3. Wikipedia – Ci proviamo un po’ tutti a mettere il backlink al nostro sito da Wikipedia: la presenza di amministratori quasi sempre poco tolleranti verso la link building rende complicata l’introduzione di questi link. E si tratta di link nofollow; chi non li vorrebbe? Ricordo che si tratta di link tematici, molto visibili al pubblico e tutt’altro che banali da ottenere: i requisiti perchè siano considerati “buoni backlink” ci sono, mi pare. Il fatto che siano nofollow (lo fanno per evitare il fenomeno del fake PageRank) è forse la cosa meno interessante che li riguarda.
  4. Commenti sui blog – È senza dubbio l’ultima spiaggia (da cui l’immagine riportata ad inizio articolo, by the way) per promuovere un sito, e serve più che altro ad aumentare il traffico di visitatori incuriositi dal vostro profilo – per via di qualcosa che avete scritto, per esempio. Se vi pubblicassero un backlink al vostro sito dai commenti di un articolo di qualche giornalista famoso, siete sicuri che ne snobbereste l’opportunità, anche se nofollow?
  5. Piattaforme gratuite per scrivere articoli (alla Medium o Storify): queste piattaforme sono utilizzatissime dai SEO, addirittura per fare article spinning in alcuni casi. Forniscono un livello di link opportunity notevole, quasi sempre nofollow ma poco importa anche qui: è molto più importante la vostra capacità di sviluppare contenuti da angolazioni originali o degne di nota.

La “viralità” non si vende: non è un prodotto

Con questo post mi piacerebbe chiarire una cosa che è rientrata in parecchie discussioni in passato, e che riguarda un’idea molto amata (a ragione) da marketer e clienti di ogni tipo): la viralità. Un effetto prodotto da una molteplicità di fattori che porta le persone a condividere, cioè a rendere “virale”, un contenuto sul web, tipicamente sfruttando social news e soprattutto social network.

Senza voler tirare in ballo link che si rivelerebbero quasi certamente imprecisi, diciamo che l’idea viral, di video viral o contenuto virale, nasce da due libri che considero fondamentali per il marketing online:

  • Seth Godin: Unleashing the ideavirus, del 2001
  • Bernard Cova, Alex Giordano, Mirko Pallera: Marketing non-convenzionale. Viral, guerrilla, tribal e i 10 principi fondamentali del marketing postmoderno, del 2008

Questi due libri fanno parte del background a cui faccio personalmente riferimento per trattare l’argomento, soprattutto da quando mi è capitato di leggere articoli sulle strategie, regole e tecniche per rendere un contenuto virale. Non credo affatto che possano esistere questo genere di approccio (che, nonostante tutto, in alcuni casi viene addirittura venduto come servizio) per lo stesso motivo per cui è impossibile creare strategie “di successo”, e perchè detta ancora più semplicemente nessuno è in grado di prevedere il futuro.

Mi viene spesso obiettato, a questo punto, che esista gente in grado di riprodurre quell’effetto virale solo perchè è stato in grado di farlo in passato: nessun dubbio sul fatto che ci siano riusciti, ma (facendo un parallelismo calcistico) se un attaccante ha segnato 90 gol fino ad oggi – numeri al di sopra della media, per intenderci – non è affatto scontato che riesca a segnare il novantunesimo quando piace a noi o “a comando”.

La viralità di un contenuto, parlando in termini semplificati, è un effetto (non una causa come ingenuamente molti credono) che deriva dal contenuto, o meglio dalla sua capacità di diffondersi, di solito per motivi puramente emozionali o di pancia (il content is king va a farsi friggere), spesso legato ad aspetti appetibili o del tutto morbosi. Secondo un’efficace sintesi di Gagliardini, del resto, “i video virali non nascono a tavolino e non è possibile stabilire a priori quanto un video sarà apprezzato e condiviso in rete“.

Resta da considerare l’aspetto legato al contesto: per incrementare il numero di link in ingresso, ci sono settori commerciali e nicchie di siti che vivono parecchio di viralità, e che fanno i conti ogni giorno con campagne di marketing controverse e provocatorie.

Google Update: ecco perchè non ti serve aggiornarti compulsivamente

È noto che le principali ossessioni dei SEO siano gli update ed i brevetti di Google; può darsi ne esistano anche altre, ovviamente, ma queste sono andate certamente per la maggiore negli ultimi anni. Oggi parlerò giusto degli update, e metterò nero su bianco (come piccola provocazione, lo ammetto) perchè sia lecito ignorare notizie del genere.

Conoscere gli update di Google come Penguin e Panda è certamente importante: suggeriscono di fatto delle linee guide da seguire per la realizzazione, l’aggiornamento e la politica editoriale del nostro sito. Di fatto, è più utile leggere direttamente le risorse ufficiali di Google sull’argomento, e poi pensare a dare il meglio per i nostri potenziali visitatori col nostro sito.

Ecco spiegato il motivo del titolo dell’articolo, volutamente provocatorio.

Su qualsiasi blog SEO si sparla di questo argomento, gli update di Google, tanto che Moz si è presa la briga di catalogarle tutte (link), e continua a farlo oggi non curante – a mio avviso – di un equivoco di fondo. Non considera, infatti, che del reale funzionamento di Google nessuno sa nulla, e che un numero eccessivo di ipotesi “campate in aria” rischia di trasformarsi in un “credo” fuorviante, che contribuisce a perdere il contatto con la realtà. Per quanto sia sgradevole ammetterlo, la realtà del funzionamento degli algoritmi di ranking rimarrà oscura per la stragrande maggioranza degli aspetti, per cui sembra poco logico fidarsi di opinioni altrui, specie se di “terza mano“. Smettere di fare X solo perchè X è stato demonizzato da un comunicato o da un algoritmo di Google è controproducente: semmai, ha più senso provare a farlo per capire fino a che punto possiamo spingerci.

La manìa di indagare e chiacchierare dei Google update è tipicamente americana, e fa riferimento ad un mercato di ricerca (quello anglofono) che in Italia – leggasi: per chi fa SEO sul mercato italiano – ci interessa relativamente (eufemismo per nun ce ne po’ fregà de meno), visto che si tratta di un modo di vivere il web, di cercare informazioni e di comprare prodotti diverso o più “avanti” del nostro, da sempre.

Per cui:

  1. Sapere che oggi è uscito l’aggiornamento Google Pigeon o Google Panda 4.2 ci interessa poco, anche perchè non possiamo sapere se quell’aggiornamento ci riguardi davvero o no. Spesso, infatti, il fattore di influenza di ogni update è di qualche punto percentuale sulle query MONDIALI, per cui la probabilità che tocchi giusto le “nostre” query è piuttosto bassa.
  2. Gli aggiornamenti che ci riguardano sul serio, del resto, li conosciamo bene: sono le penalizzazioni, e ci vengono notificate direttamente da Google.
  3. Seguire ossessivamente la sequela di Google update rischia di diventare un capriccio, un modo per fuorviare l’attenzione da ciò che conta realmente (stabilire ciò che conta davvero, per inciso, realizza la differenza tra un SEO mediocre ed uno bravo). Le ennesime “regole” che gli aggiornamenti impongono (non abusare dei link interni ed esterni, non fare keyword stuffing ecc.) sono quasi sempre espressione di semplici regole generali, che si ripropongono ciclicamente. Tanto vale seguirle comunque, no?
  4. Seguire le indicazioni di articoli non ufficiali sull’argomento spersonalizza il nostro lavoro, e ci rende follower inconsapevoli di quei marketer che – pubblicando illazioni arbitrarie – costruiscono la propria fama sulla nostra “pelle”.
  5. Seguire le indicazioni dei comunicati sui nuovi update per stilare strategie SEO è sconsigliabile addirittura se la fonte è Google: molti Google update, di fatto, sembrano creati ad hoc per rivolgere l’attenzione su un aspetto. Ma solo tu, da consulente SEO, puoi sapere cosa sia meglio per il sito del cliente! Adagiarsi su comunicati aziendali, per quanto autorevoli possano sembrare, serve solo a condizionare il mercato: si vedano, ad esempio, gli effetti devastanti del comunicato di Google sull’uso di HTTPS come fattore di ranking, tanto esasperato che addirittura dei siti di article marketing ne hanno fatto uso (tecnologicamente, in questo caso, non serve a nulla), abbagliati da vantaggi illogici (un conto è modificare un title, mentre HTTPS cosa dovrebbe cambiarmi?), e sull’onda qualunquista del “non si sa mai, io lo faccio“. Chi stabilisce se usare HTTPS dovrebbe essere il sistemista o il webmaster, sulla base di considerazioni di riservatezza e sicurezza del sito, non certo il SEO con cui HTTPS c’entra come i cavoli a merenda. L’unico attore che ci ha guadagnato davvero qualcosa, in quel caso, è stato chi vendeva certificati SSL, che ha goduto dell’enorme pubblicità che Google gli ha fatto.

Per la cronaca le notifiche dei Google update appaiono storicamente sul Google Webmaster Blog.